Conciliazioni in sede sindacale. Quale sede scegliere alla luce di Cass.1975/24 e 10065/24?

da | Mag 23, 2024 | Diritto Civile, Diritto di Famiglia

Le conciliazioni in sede sindacale, di cui all’art. 411 u.c. c.p.c., costituiscono un importante strumento di risoluzione delle controversie in materia di lavoro. Esse si svolgono con l’assistenza di un conciliatore sindacale e si concludono, in caso di esito positivo, con la sottoscrizione di un verbale.

Esse costituiscono un importante strumento deflattivo, sicuramente il più veloce e quello maggiormente utilizzato in questa materia, anche a causa di alcune (incomprensibili, ndr) resistenze (e conseguenti formalismi) che incontrano altri strumenti di deflazione come la negoziazione assistita da avvocati, introdotta in subiecta materia dall’art.2 ter DL 132/2014 conv. con modd. da L. 162/ 2014.

Bene precisare fin da subito, per quanto si andrà enucleando nel prosieguo, che le conciliazioni in sede sindacale rispondono ai requisiti stabiliti dall’art.2113 co.4 c.c., essendo dunque, quella in parola, una delle sedi nelle quali il lavoratore può legittimamente rinunciare a e transigere i propri diritti.

Proprio alla luce di quanto si è appena chiarito, e dunque al fine di stabilire senza dubbio se le rinunce e transazioni del lavoratore possano legittimamente ritenersi valide ed inoppugnabili, la giurisprudenza ha indagato in numerose occasioni i limiti ed i requisiti di validità del verbale di conciliazione in sede sindacale. Senza pretesa di completezza, ma solo per offrire un quadro più generale nel quale inserire il presente contributo, si citeranno alcuni dei requisiti di validità di matrice giurisprudenziale.

Prima di tutto, è necessario che il lavoratore sia assistito, durante la sottoscrizione da un soggetto appartenente ad un’organizzazione sindacale in veste di conciliatore. Ma ciò non è sufficiente, essendo essenziale il requisito dell’effettività dell’assistenza sindacale che sola “può porre il lavoratore in condizione che dall’atto stesso si evincano la questione controversa oggetto della lite e le reciproche concessioni in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 c.c” (Cass.9006/19). La partecipazione dei rappresentanti sindacali all’iter transattivo deve essere effettiva “poiché tale partecipazione fa venire meno la condizione di inferiorità del lavoratore, del quale dunque si garantisce una sostanziale libertà di volontà” (Cass.2244/95) Il conciliatore sindacale, da nominarsi da parte del lavoratore, deve cioè illustrare con dovizia le motivazioni dell’atto fugando i dubbi del lavoratore: “L’accordo tra il lavoratore ed il datore di lavoro, nel quale sia identificata la lite da definire ovvero quella da prevenire […] è qualificabile come atto di transazione ed assume rilievo, quale conciliazione in sede sindacale ai sensi dell’art. 411, terzo comma, c.p.c., ove sia stato raggiunto con un’effettiva assistenza del lavoratore da parte di esponenti dell’organizzazione sindacale indicati dal medesimo, dovendosi valutare, a tal fine, se, in relazione alle concrete modalità di espletamento della conciliazione, sia stata correttamente attuata la funzione di supporto che la legge assegna al sindacato nella fattispecie conciliativa” (Cass.13217/08). Analogamente Cass.24024/13: “In materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto stesso si evinca la questione controversa oggetto della lite e le “reciproche concessioni” in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 cod. civ.”.

Assurge altresì a requisito essenziale il libero consenso privo di vizi “Il silenzio serbato da una delle parti in ordine a situazioni di interesse della controparte e la reticenza, qualora l’inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l’inganno perseguito, determinando l’errore del “deceptus”, integrano gli estremi del dolo omissivo rilevante ai sensi dell’art. 1439 c.c.” (Cass.8260/17). Tali artifizi vanno comunque parametrati alla situazione di fatto, e alla loro idoneità a trarre in inganno un soggetto mediamente diligente, non essendo tutelato invece colui il cui l’affidamento si basi sulla negligenza (Cass. 20792/04).

Viene poi in rilievo, e qui si giunge al punto focale dello scritto, la sede in cui si svolge il tentativo di conciliazione.

A distanza di pochi mesi l’una dall’altra, sono intervenute di recente due pronunce di Cassazione – giunte a conclusioni diametralmente opposte – che riguardano la sede in cui sia stato sottoscritto l’accordo conciliativo. Ebbene, è proprio alla luce dell’ampio dibattito che ha originato, in particolare, la seconda di tali pronunce, che si è deciso di scrivere il presente contributo.

La prima pronuncia – ord.C.Cass n. 1975 del 18/01/2024 (la si può reperire qui: https://www.bollettinoadapt.it/wp-content/uploads/2024/02/Giurisprudenza-CORTE-DI-CASSAZIONE-Ordinanza-18-gennaio-2024-n.-1975-1.pdf) – stabilisce che “In tema di conciliazione sindacale, la sottoscrizione dell’accordo presso la sede di un sindacato, in conformità alle previsioni dell’art. 412-ter c.p.c. e del contratto collettivo applicabile, non costituisce un requisito formale, ma funzionale, in quanto volto ad assicurare che la volontà del lavoratore sia espressa in modo genuino e non coartato; ne consegue che la stipula in una sede diversa non produce alcun effetto invalidante sulla transazione se il datore di lavoro prova che il dipendente ha avuto, grazie all’effettiva assistenza sindacale, piena consapevolezza delle dichiarazioni negoziali sottoscritte”. Così la massima; in pronuncia si legge: “La necessità (derivante dal combinato disposto dell’art. 412 ter c.p.c. e del contratto collettivo di volta in volta applicabile) che la conciliazione sindacale sia sottoscritta presso una sede sindacale non è un requisito formale, bensì funzionale ad assicurare al lavoratore la consapevolezza dell’atto dispositivo che sta per compiere e, quindi, ad assicurare che la conciliazione corrisponda ad una volontà non coartata, quindi genuina, del lavoratore. Pertanto, se tale consapevolezza risulti comunque acquisita, ad esempio attraverso le esaurienti spiegazioni date dal conciliatore sindacale incaricato anche dal lavoratore, lo scopo voluto dal legislatore e dalle parti collettive deve dirsi raggiunto. In tal caso la stipula del verbale di conciliazione in una sede diversa da quella sindacale (nella specie, presso uno studio oculistico: v. ricorso per cassazione, p. 12) non produce alcun effetto invalidante sulla transazione. Sul piano del riparto degli oneri probatori, se la conciliazione è stata conclusa nella sede “protetta”, allora la prova della piena consapevolezza dell’atto dispositivo può ritenersi in re ipsa o desumersi in via presuntiva (Cass. n. 20201/2017). Pertanto graverà sul lavoratore l’onere di provare che, ciononostante, egli non ha avuto effettiva assistenza sindacale. Se invece la conciliazione è stata conclusa in una sede diversa, allora l’onere della prova grava sul datore di lavoro, il quale deve dimostrare che, nonostante la sede non “protetta”, il lavoratore, grazie all’effettiva assistenza sindacale, ha comunque avuto piena consapevolezza delle dichiarazioni negoziali sottoscritte. Nel caso in esame è vero che la Corte territoriale ha erroneamente ritenuto che gravasse sulla lavoratrice la “prova che tale situazione [ossia la stipula del verbale di conciliazione in una sede non protetta] avesse in qualche modo determinato o contribuito a determinare uno squilibrio a favore del datore di lavoro, incidendo sulla libera determinazione della volontà del lavoratore a sottoscrivere l’accordo transattivo o a limitarne in qualche modo la comprensione della portata e delle conseguenze” ed ha ritenuto tale onere non adempiuto (v. sentenza impugnata, p. 6). Ma è altresì vero che, nonostante quest’errata affermazione, comunque i giudici d’appello hanno poi esaminato le deposizioni testimoniali ed hanno in tal modo accertato compiutamente sia l’avvenuta assistenza sindacale piena, sia la genuina volontà della lavoratrice al momento della sottoscrizione, peraltro dopo aver vinto un iniziale ripensamento, ritenuto particolarmente significativo dalla Corte territoriale in termini di peculiare “maturazione” del convincimento della lavoratrice circa i contenuti di quell’accordo”.

La seconda pronuncia – ord.C.Cass. n. 10065 del 15/04/2024 (la si può leggere qui: https://www.sindacare.it/wp-content/uploads/2024/04/Sentenza-Cassazione-10065-del-15-aprile-2024.pdf) afferma in massima che “La conciliazione in sede sindacale, ai sensi dell’art. 411, comma 3, c.p.c., non può essere validamente conclusa presso la sede aziendale, non potendo quest’ultima essere annoverata tra le sedi protette mancando del carattere di neutralità indispensabile a garantire, unitamente all’assistenza prestata dal rappresentante sindacale, la libera determinazione della volontà del lavoratore”. Così, in motivazione: “Il legislatore ha ritenuto necessaria una forma peculiare di “protezione” del lavoratore, realizzata attraverso la previsione dell’invalidità delle rinunzie e transazioni aventi ad oggetto diritti inderogabili e l’introduzione di un termine di decadenza per l’impugnativa, così da riservare al lavoratore la possibilità di riflettere sulla convenienza dell’atto compiuto e di ricevere consigli al riguardo (così Cass. n. 11167 del 1991 in motivazione). Tale forma di protezione giuridica è non necessaria (art. 2113, ultimo comma c.c.) in presenza di adeguate garanzie costituite dall’intervento di organi pubblici qualificati, operanti in sedi cd. protette. Le disposizioni richiamate dall’ultimo comma dell’art. 2113 c.c. individuano quali sedi cd. protette, la sede giudiziale (artt. 185 e 420 c.p.c.), le commissioni di conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro, ora Ispettorato Territoriale del Lavoro (art. 410 e 411, commi 1 e 2, comma c.p.c.), le sedi sindacali (art. 411, comma 3, c.p.c.), oltre ai collegi di conciliazione e arbitrato (art. 412 ter e quater c.p.c.). L’accordo conciliativo tra le parti in causa (integralmente trascritto alle pp. 4 e 5 del ricorso per cassazione) è stato concluso ai sensi degli “artt. 410 e 411 c.p.c. e 2113, 4° comma, cod. civ.”, come si legge nell’intestazione, e reca la precisazione che lo stesso è da “ratificarsi successivamente con le modalità inoppugnabili indicate agli artt. 410 e 411 c.p.c.” (v. ricorso p. 5, secondo cpv.). È pacifico che tale adempimento non sia mai avvenuto e che l’accordo in esame è stato sottoscritto dal datore di lavoro e dal lavoratore, alla presenza di un rappresentante sindacale, presso i locali della società. Tali modalità non soddisfano i requisiti normativamente previsti ai fini della validità delle rinunce e transazioni in base alle disposizioni richiamate e correttamente la sentenza impugnata ha dichiarato la nullità dell’accordo in esame. Nel sistema normativo sopra descritto, la protezione del lavoratore non è affidata unicamente alla assistenza del rappresentante sindacale, ma anche al luogo in cui la conciliazione avviene, quali concomitanti accorgimenti necessari al fine di garantire la libera determinazione del lavoratore nella rinuncia a diritti previsti da disposizioni inderogabili e l’assenza di condizionamenti, di qualsiasi genere. Le citate disposizioni del codice di procedura civile individuano infatti non solo gli organi dinanzi ai quali possono svolgersi le conciliazioni ma anche le sedi ove ciò può avvenire, come emerge in modo inequivoco dal tenore letterale delle stesse. L’art. 410 prevede che il tentativo di conciliazione possa avvenire “presso la commissione di conciliazione” e l’art. 411, terzo comma, fa riferimento alla conciliazione “in sede sindacale”. L’assistenza prestata da rappresentanti sindacali (esponenti della organizzazione sindacale cui appartiene il lavoratore o, comunque, dal medesimo indicati, v. Cass. n. 4730 d 2002; n. 12858 del 2003; n. 13217 del 2008) deve essere effettiva e ha lo scopo di porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in che misura (v. Cass. n. 24024 del 2013; n. 21617 del 2018; n. 25796 del 2023; n. 18503 del 2023 in motivazione), così da consentire l’espressione di un consenso informato e consapevole. I luoghi selezionati dal legislatore hanno carattere tassativo e non ammettono, pertanto, equipollenti, sia perché direttamente collegati all’organo deputato alla conciliazione e sia in ragione della finalità di assicurare al lavoratore un ambiente neutro, estraneo al dominio e all’influenza della controparte datoriale (non depone in senso contrario Cass. n. 1975 del 2024, concernente una conciliazione ai sensi dell’art. 412 ter c.p.c.)”.

Ora, alla luce di quanto statuito dalle due pronunce, si cercherà di trarre alcune conclusioni e di offrire qualche – pur opinabile, alla luce del quadro obiettivamente contrastante – consiglio.

Innanzitutto, appare poco preciso e criticabile il punto in cui la sentenza n.10065 cita (quasi a conferma delle proprie posizioni) la sentenza n.1975, in quanto entrambe le sentenze prendono in considerazione la stessa fattispecie e il principio dedotto è – aldilà della norma considerata – del tutto analogo nei presupposti, ma completamente contrastante nelle conclusioni.

Poi, come è noto, l’art.412 ter cpc e l’art.411 cpc riguardano, come è ben chiaro dalla pronuncia della D.ssa Ponterio (della quale si conosce, infatti, la incontrovertibile preparazione), fattispecie analoghe ma differenti. Soventemente la conciliazioni in sede sindacale vengono ricondotte “atecnicamente” sia all’una che all’altra fattispecie, sebbene più correttamente, si debba ritenere che le “generalmente dette” conciliazioni in sede sindacale siano proprio quelle stipulate ai sensi dell’ultimo comma dell’art.411 cpc (da una parte perché i CCNL spesso non normano secondo quanto previsto dall’art.412 ter cpc, in secondo luogo perché – ove sussistenti le norme del CCNL – le modalità ivi indicate rendono inutilmente gravoso il meccanismo, immediato e privi di troppi vincoli formali, scaturente dall’art.411 cpc). Insomma, da questo punto di vista, si deve ritenere che sia la sentenza n.1975 a cadere in inganno, in quanto parrebbe (pur senza aver potuto leggere gli atti dei gradi di merito) che entrambe riguardino la fattispecie dedotta dall’art.411 cpc. In questo senso, appare dunque chiaro che, pur decidendo su analoghe fattispecie, le due pronunce si smentiscano.

La prima si concentra sull’effettiva assistenza e offre un interessante spunto che riguarda l’onere della prova, nel caso in cui l’accordo avvenga fuori dalla sede fisica del sindacato (invertendo l’onere della prova nel caso di conciliazione extramuraria).

La seconda, invece, ritiene valide le sole transazioni che avvengano all’interno delle mura sindacali, intendendo evidentemente con questa definizione i soli sindacati dei lavoratori, ma dimenticando che la sede sindacale potrebbe essere (ed anzi, a parere di chi scrive, è) pure quella datoriale (e ciò avviene spesso). Dunque: nel caso di sottoscrizioni presso Confindustria, che è pur sempre una sede sindacale, dovremmo ritenere invalida la transazione? Si devono dunque ritenere idonee solo le sedi delle OOSS dei lavoratori, ai sensi dell’art.411 cpc?

Di più: come noto, esistono sindacati “di comodo”, men che rappresentativi degli interessi dei lavoratori e presso i quali avvengono conciliazioni del tutto fittizie, in cui il lavoratore (magari monetizzando somme ridicole) rinuncia a diritti dei quali neppure conosce – e nessuno gli ha consentito di conoscere – l’esistenza: basterebbe recarsi presso tali sedi per sentirsi più tutelati sulla “resistenza” del verbale sottoscritto?

E a quale conclusione si può pervenire con riguardo alle conciliazioni da remoto (tanto utilizzate durante il periodo Covid, anche in sede giudiziale), in cui evidentemente il luogo di sottoscrizione neppure si conosce?

Si ritiene, dunque, che la decisione cui perviene la pronuncia n.10065 sia inutilmente formalistica e non consideri adeguatamente i presupposti di validità delle conciliazioni, poco sopra delineati in modo telegrafico.

Il legislatore, come giustamente afferma la pronuncia n.1975, non intende indicare come “sede” un termine tecnico (le mura), ma piuttosto il contesto in cui avvengono questi tipi di incontri di volontà. Ove vi sia una efficace, tecnica, consapevole ed effettiva tutela del sindacalista, il luogo fisico in cui si firma, non conta e non può essere il luogo fisico a rendere più efficace una partecipazione del sindacalista affrettata e risibile.

Si ritiene, dunque, e solo il tempo mi potrà dare ragione, che l’ordinanza n.10065 non potrà essere confermata – essendo troppo (ed inutilmente?) formalistica – da successive pronunce di legittimità che invece continueranno ad indagare – come da granitica giurisprudenza precedente – l’effettività della tutela del sindacato, a prescindere dal luogo in questa si sia esplicata.

E, dunque, a parere di chi scrive, si potrà continuare a sottoscrivere le conciliazioni in qualsiasi sede torni comoda alle diverse agende dei soggetti interessati, ferma l’efficacia ed effettività dell’intervento del sindacato a vantaggio (anche del consenso) del lavoratore.

Alla luce, però, della indubbia esistenza della avversata e criticata pronuncia n.10065, e dell’inversione dell’onere della prova di cui alla citata ord.n.1975, nel caso in cui ciò non arrechi troppe difficoltà, appare chiaro che un suggerimento rassicurante potrà essere quello di sottoscrivere le conciliazioni, comunque in via di preferenza, presso la sede fisica del sindacato del lavoratore.

Avv.Giacomo Battistini

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