LA CORTE COSTITUZIONALE RICONOSCE IL DIRITTO ALL’AFFETTIVITÀ DELLE PERSONE IN VINCULIS DURANTE I COLLOQUI CON I PARTNERS

da | Mar 21, 2024 | Diritto Civile, Diritto di Famiglia

I giudici costituzionali, con la recente sentenza n. 10/2024, hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 ord. penit. La questione era stata sollevata dal Magistrato di sorveglianza di Spoleto.

Si tratta dell’articolo della legge sull’ordinamento penitenziario che, di fatto, impediva la riservatezza dei colloqui tra i detenuti e i loro partners, imponendo in ogni caso il controllo de visu. Un obbligo che non ammetteva alcuna eccezione.

Le censure sollevate dal giudice a quo, sono state, in parte, accolte dalla Corte. I parametri costituzionali violati sono diversiIn primis, l’art. 3 Cost. Data l’assolutezza del controllo, la previsione difetta di proporzionalità, è per questo giudicata come una misura irragionevole.

Tale controllo lede la dignità del detenuto, a meno che non vi siano preminenti “ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né sussistano, rispetto all’imputato, specifiche finalità giudiziarie”, che impongano detto controllo”.

Un altro profilo di irragionevolezza è costituito dal fatto che tale controllo indice, anche, su coloro che sono “legati” ai detenuti da una relazione affettiva, persone estranee al reato.

Violato altresì l’art. 27 Cost. poiché se la finalità della pena è tendere alla rieducazione del condannato, una pena che, di fatto, nega lo sviluppo, o il mantenimento di rapporti affettivi, rischia di vanificare tale scopo.

Infine, i giudici costituzionali accertano la violazione dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 8 Cedu, inerente al diritto al rispetto della vita privata e familiare. Questo in ragione, dell’assolutezza e inderogabilità del controllo a vista.

Ad oggi un ulteriore passo è stato compiuto verso una più ampia attuazione del dettato costituzionale con riferimento alle persone in vinculis o, meglio, utilizzando le parole della Corte, si tratta di “una tappa del percorso di inveramento del volto costituzionale della pena”.

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